In memoria di Mons. Giorgio Pusterla

“Come un bimbo svezzato in braccio a sua Madre”.

Le parole del salmo 131 descrivono l’ultimo istante della sua vita terrena, si è addormentato tra le braccia amorevoli di chi lo assisteva ma soprattutto tra le braccia amorevoli di Maria e della Chiesa nella quale è vissuto 87 anni dalla nativa S. Agata poi Camnago Volta fino a Solbiate Comasco, di cui 63 nel ministero dove l’obbedienza lo ha mandato, Regoledo di Cosio, Rovenna, S. Eusebio, Cattedrale.

La trama di questi anni ha però avuto alcuni significativi tratti che sempre in obbedienza ai suoi vescovi ha vissuto in maniera particolare.

Dal servizio come Assistente spirituale alle scuole elementari, allora dette private, delle suore Orsoline di viale Varese, coadiuvato dai seminaristi per le 20 mezzore di religione, sotto la direzione precisa e quasi militaresca di suor Daniela, affiancata dalla mite suor Maria.

Il suo inserimento in diversi servizi curiali quali la cancelleria, l’ufficio legati, la custodia delle reliquie dove si è acquistato il titolo di primula rossa perché nemmeno il buon Pietro e la vigile Santina riuscivano a scovarlo, se non quando riappariva con il foglio in mano proveniente da chissà dove.

Senza dimenticare i 13 anni come referente diocesano per il servizio alla Pastorale della salute, con l’immancabile incontro regionale e la conseguente fuga mensile per questo a Milano, con Padre Carlo.

Un servizio declinato in diversi modi quali:

– quello di Consigliere spirituale del Movimento apostolico ciechi MAC, che suscitava ilarità in noi Canonici quando ci diceva che andava al cinema con loro.

– alla celebrazione eucaristica della domenica con i bambini a Villa Santa Maria di Tavernerio regolarmente celebrata il venerdì alle 14 con il presunto indulto dell’ordinario

– il servizio come assistente di un istituto secolare, con quelle che lui chiamava Signorine.

– fino al suo servizio come assistente dell’Unitalsi di Como che ogni anno lo ha portato a Lourdes come Cappellano della Grotta, a Tirano per la giornata diocesana dell’ammalato a Caravaggio e a Valpozzo. Tutti conosceva, tutti salutava con i titoli opportuni “buon giorno dottore” se maschi o “ciao Margherita” se femmine, perché non ne ricordava i nomi, allora non c’erano nella Chiesa e fuori teorie e usi transgender o pericolo di essere considerati omofobi.

Ma il suo pellegrinaggio era per ascoltare e perdonare in ogni luogo e ogni momento, soprattutto il personale quello ancora della messa del mattino alle 6 e del salame e del risotto di notte sul treno (complice Corradini).

Alla Madonna non faceva mancare i suoi rosari quotidiani per tutte le intenzioni che gli affidavano.

E del Duomo ….  ciascuno di voi lo ricorderà certamente in qualche angolo della cattedrale di cui era orgoglioso di essere canonico e di fregiarsi del titolo di monsignore e delle insegne, non come segno di ostentazione ma di onore da dare a Dio e alla Chiesa del vescovo, qui resterà un suo particolare ricordo per la cura del registro delle firme dei celebranti che rincorreva quando si dimenticavano, vescovi compresi.

Poi è arrivato il ministero della sofferenza, accettato con fatica, prima presso la Casa ecclesiastica in Valduce, sotto il vigile sguardo di suor Luigia, poi a Solbiate dove il Monsignore era trattato come un vescovo da tutti Priore e Cappellano compresi, temperato dal servizio pastorale alle parrocchie dei vicariati della zona, dalle telefonate consolanti della Mariella del Gigetto e di suor Giuseppina e dagli inviti mai rifiutati e a volte sollecitati soprattutto alla domenica dalla Lucia e dal Vittore come era stato abituato al sabato sera a Como dalla Elisabetta e dal Nello.

In questi mesi abbiamo già accompagnato al casa del Padre diversi sacerdoti della diocesi alcuni legati alla cattedrale tra cui Mons. Armando Bernasconi, Mons. Luigi Prandi Canonici onorari , don Mario Moiola, per 7 anni vicario della parrocchia del Duomo, ora Mons. Giorgio Pusterla, e qui abbiamo funerato don Renato, don Roberto e Padre Ambrogio del Gallio, li salutiamo  affidando a loro la nostra diocesi, le vocazioni e il tempo faticoso che stiamo vivendo con tutta l’umanità ma che vorremmo affrontare con l’entusiasmo sincero e lo zelo sacerdotale con cui hanno vissuto il loro ministero e di Lui in particolare ricordando la semplicità come quella delle colombe, la prudenza dei serpenti e il sentirsi sempre evangelicamente come un bambino , cosa che mi permette ora di salutarlo affettuosamente come ho fatto fino a domenica scorsa “ ciao Giorgino”.

d.F.

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