Discorso pronunciato da Mons. Guido Calvi, Canonico e Presidente della Commissione Culturale della Cattedrale, durante l’Atto Commemorativo Innocenziano, nel 350° anniversario dell’elezione al Soglio Pontificio e nel 70° della Beatificazione di Papa Innocenzo XI.
Avrà pensato a Como, alla sua Como, il cardinale Benedetto Odescalchi, la mattina di quel 21 settembre 1676 quando veniva eletto Papa, assumendo il nome di Innocenzo, l’undecimo della serie, con il quale passerà alla storia del papato e della Chiesa? Avrà ripercorso, con il ricordo, mentre vestiva la candida veste papale, la città murata con le sue case ancora medievali e il suo lago? Il lago, già famoso e tuttavia ancora immune dall’invasione turistica di oggi? Avrà rivisto la sua casa natale ora sede della biblioteca comunale, con il rimpianto per i genitori, Livio e Paola e i fratelli già mancati? E i poveri che lo attendevano sul portone per ricevere il suo aiuto che mai mancava? Si sarà ricordato della piccola chiesa parrocchiale di san Benedetto, in via Lambertenghi, ora sparita, dove venne battezzato il 20 maggio 1611? E il collegio dei Gesuiti, accanto alla chiesa del Gesù che frequentò nell’adolescenza con tutti gli altri rampolli delle famiglie nobili di Como? Non lo sapremo mai: Benedetto Odescalchi era, per carattere, molto riservato o, per dirla con un suo famigliare: “egli sempre comprava, e mai vendeva“, cioè era propenso più all’ascolto che al parlare di sé. Inoltre, “Le ore del mistero“, come qualcuno ha definito il conclave, restano un terreno ignoto alla opinione pubblica: i critici vi vedranno semplicemente – e forse con qualche ragione – un mero meccanismo che l’istituzione ecclesiastica si è data per garantirsi la continuità del potere. Ma in una prospettiva di fede non possiamo limitarci a questo: certo le differenze tra l’investitura di Pietro sulle rive del lago di Tiberiade e il rito dell’elezione sotto le volte michelangiolesche della Sistina sono evidenti e clamorose, ma 2000 anni di storia hanno pur sempre il loro peso. Come dunque precisava una voce autorevole alle soglie del conclave dello scorso anno : “L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’apostolo Pietro che ritorna”, così anche quel lontano 21 settembre 1676 l’apostolo Pietro ritornava a Roma nella persona del papa comasco. L’umile pescatore di Galilea di nuovo approdava sulle rive del Tevere tramite Innocenzo XI, nella sfarzosa Roma barocca del XVII secolo che si era aperto con il rogo di Giordano Bruno, era proseguito con il processo di Galileo e trionfava nei capolavori di Caravaggio, Bernini, Borromini e tanti altri artisti che facevano di Roma la capitale dell’arte e della cultura; il secolo di Pascal, del Re Sole e della minaccia turca, della guerra dei Trent’anni e delle aspre ostilità tra protestanti e cattolici. La modestia, la sobrietà, la riservatezza o meglio, la ritiratezza come la definì Pio XII, del nuovo papa avrebbero sottilmente contestato tutto quel mondo fatto di clamori, di trionfalismi roboanti, di passioni politiche e polemiche religiose infuocate, di apparenze e teatralità effimere. Più in là, nel corso del suo pontificato, Innocenzo XI avrebbe fornito una interpretazione quasi monastica del servizio petrino, quando affermò che il Papa deve: “stare ritirato in casa e pregare Cristo per il suo popolo “ .
Non è bello questo riferimento così intimo al suo rapporto personale con Cristo, tutto a vantaggio della Chiesa? Sappiamo bene infatti che ogni Papa:
“a cui Nostro Signor lasciò le chiavi“, direbbe Dante, è Vicario di Cristo, detentore di quelle chiavi che sciolgono e legano in terra come in Cielo, “le chiavi del regno dei cieli, pesanti e potenti, salutari e misteriose“ come le definì san Paolo VI il giorno della sua incoronazione.
Al momento dell’elezione Innocenzo XI contava 65 anni e uno dei suoi primi biografi lo descrive così: “Era d’aspetto venerabile e maestoso, di statura alto un cubito sopra la comune degli uomini; la sua natura fu temperata d’una seria e vivace gravità; la complessione robusta et il temperamento flemmatico, inclinato alquanto alla malinconia, molto convenevole alla dignità d’un Vicario di Cristo, rendendo l’uomo prudente, quieto et atto alle grandi imprese… Benché nel sembiante avesse qualche poco d’austerità, era tutto benigno e venerando, che alla sola vista conciliava l’amore e la riverenza degli huomini“.
Il monumento eretto in via Odescalchi nel 1993 per la meritoria iniziativa della Famiglia Comasca e uscito dal genio creativo del nostro conterraneo lo scultore Eli Riva ha colto nella cifra interiore della personalità di Innocenzo XI il suo tratto caratteristico: nessun trionfalismo, né di gesti, né di pose, ma le mani giunte, seduto su uno scranno, quasi uno sgabello, come un bambino e uno sguardo dolce e protettivo, quasi dicesse: Sono qui, anch’io comasco tra voi comaschi. Ma chi, tra i comaschi sempre di fretta, si accorge di lui? Il critico Alberto Longatti, nostro concittadino, in uno studio su quel monumento, intitolato significativamente: “Una presenza mistica“ così concludeva la sua analisi: “Dentro la sobria cornice la statua ha finito con l’animarsi, rinunciando alla ieratica fissità del simbolo per diventare una presenza viva, che si sporge dal balconcino per rivolgersi agli altri e offrire loro, con le mani racchiuse come un cestello, un dono prezioso: la sua anima“.
Benedetto Odescalchi aveva lasciato Como da giovane, nel 1637, quando contava 26 anni di età in obbedienza al suo destino e coltivando dei sogni, qualche legittima ambizione circa il suo futuro, come avviene a tutti i giovani di questo mondo e di tutti i tempi, passando dai cospicui interessi commerciali della sua famiglia a quelli militari nei vivaci contesti urbani di Genova e Milano. A seguito di questo, vivrà una separazione fisica dalla sua città natale che durerà quasi quindici anni, durante i quali gli studi giuridici prima, divisi tra Roma e Napoli e la carriera nella Curia Romana poi, lo vedranno salire i gradini dei primi incarichi gerarchici, fino al cardinalato, di cui lo insignì Innocenzo X nel 1645 a soli 34 anni di età. Rivedrà Como nell’autunno del 1651, già quarantenne, rivestito della porpora romana come lo raffigura J.F. Voet in uno splendido ritratto oggi conservato al Museo Poldi-Pezzoli di Milano. Designato vescovo di Novara, tornerà infatti nella sua città natale dimorando nel palazzo di famiglia in attesa del solenne ingresso in quella sede che avverrà il 2 febbraio 1652. Lo storico comasco Mario Longatti in uno studio sulle origini del nostro Beato del 2012 scriveva:
“Era in città da pochi giorni quando il 7 novembre il Capitolo del Duomo al completo (Arciprete, Arcidiacono, Prevosto, Teologo, Penitenziere e altri 15 Canonici) andò a riverirlo e a complimentarsi con lui per la promozione all’episcopato, e fu ricevuto con dimostrazioni di grande affetto. Il 2 dicembre intervenne alle Litanie solenni in musica che ogni sabato pomeriggio si cantavano in Duomo, fu accompagnato da tutto il Capitolo e dai Mansionari, e alla fine diede dall’altare maggiore la benedizione solenne. Nei tre mesi di soggiorno cercò anche di rendersi utile ai suoi concittadini, data la sua autorevolezza, col sopire e ridurre alcune gravi discordie perduranti tra certe famiglie patrizie, quali tra il signor Paolo Porta e il signor Ottavio Turconi, e tra quella del canonico Verga e la stessa casa Turconi, che coinvolgevano parecchie famiglie della città, compresa quella del protagonista: egli riuscì con benevolenza e ripetuti incontri convenzionali e inviti a pranzo a portare su posizioni ragionevoli i contendenti. In modo analogo Benedetto si comportò con gli esponenti della casa Gallio“.
Di quell’intermezzo comasco, non manca un grazioso fatto di cronaca familiare: Il 7 gennaio 1652 nella cappella privata del palazzo di famiglia, da bravo zio, celebrò le nozze tra il nipote Antonio Maria Erba, figlio di sua sorella Lucrezia e Francesca Cernezzi della omonima nobile famiglia cittadina, nel cui palazzo ha oggi sede il Comune di Como.
Chi ci impedisce, a questo punto, di immaginarlo in una versione più privata e discreta, direi più famigliare, visitare devotamente questa Cattedrale che, quasi finita, non corrispondeva però a quella che vediamo noi oggi? Non c’ era ancora, infatti, l’elegante cupola dello Juvara che arriverà quasi un secolo più tardi, come pure l’altare maggiore, anche quello realizzato nel corso del ‘700. Mancavano anche tutte le vetrate che vediamo oggi, eccetto il rosone e pure il pulpito; gli organi invece erano nuovi e inaugurati da poco. Anche l’abside dell’altare del Crocefisso non era ancora realizzata, mentre l’altare dell’Assunta, un vivace gioco barocco di marmi preziosi completato nel 1686 grazie all’ impulso della famiglia Odescalchi, verrà innalzato a ridosso degli anni del suo pontificato. Lasciata Como dopo questa parentesi e partito per Novara non vedrà più la sua città natale, né il suo Duomo, né il suo lago perché dopo un episcopato di soli due anni nella città piemontese, tornerà a Roma definitivamente, per una seconda fase più che ventennale della sua prestigiosa carriera ecclesiastica e per salire, alla fine, sulla Cattedra di San Pietro il 21 settembre del 1676, trecentocinquanta anni fa esatti come domani. Non vedrà più Como, ma dovendo gestire ancora il suo ricco patrimonio di famiglia e avendo mantenuto contatti con cose e persone di qui, lascerà nelle sue lettere private di cardinale e di papa, pubblicate dalla Società Storica Comense nel 1977 a cura di mons. Pietro Gini, i nomi di località che anche noi conosciamo: Albate, Bregnano, Brunate, Cagno, Concagno, Drezzo, Gironico, Grandate, Moltrasio, Parè ecc. per limitarci a quelli rinchiusi nell’attuale territorio diocesano. Ma ci sono anche Bellinzona, Mendrisio, Novazzano oltre che Milano. Chissà, forse, si può intravvedere in questa toponomastica comasca come una mappa sentimentale ricca di ricordi e di rimandi a luoghi e persone, ormai lontane, oltre che di preoccupazioni e responsabilità amministrative.
Restano qui in Duomo alcuni richiami alla sua vicenda storica e personale: il già menzionato altare dell’Assunta; il bel busto marmoreo seicentesco di Paolo Morelli presso l’altare di S. Apollonia, penalizzato dalla collocazione troppo elevata; la statua di S. Isidoro, da lui commissionata per la Cappella di famiglia nella chiesa di S. Giovanni in Pedemonte non più esistente e un ritratto conservato nella sacrestia dei Canonici, risalente forse all’epoca della beatificazione. Altri due ritratti sono conservati qui vicino, uno nella basilica di San Fedele, dove appare rivestito dei paramenti liturgici pontificali e l’altro, a figura intera, nel palazzo episcopale, secondo i canoni della ritrattistica ufficiale seicentesca.
La morte sopravvenne il 12 agosto 1689, quando Innocenzo XI contava 78 anni, dopo mesi di pesante e dolorosa malattia, ma fin da subito fu riconosciuta dal popolo la sua santità, come prova una testimonianza del maggio 1690, a soli nove mesi dal decesso del Pontefice: “La venerazione che c’è in Roma per questo Papa è così grande che molte persone non hanno difficoltà di indirizzargli le loro preghiere, e corre già la voce che siano stati operati dei miracoli al suo sepolcro. Per poco che ciò continui egli avrà tutta la devozione del popolo e io penso anche che forse un qualche giorno lo canonizzeranno“.
E difatti già nel 1691, a soli due anni dalla morte, veniva aperta la prima fase della procedura per il riconoscimento della sua santità, in seguito interrotta. Ripreso da Pio XII nel 1942 il processo canonico su istanza del vescovo di Como Alessandro Macchi, il 7 ottobre 1956 viene dichiarato Beato dal medesimo Pontefice. E proprio questo evento, i 70 anni dalla beatificazione, insieme al precedente, i 350 anni dall’elezione hanno indotto il Capitolo della Cattedrale a promuovere questo Atto celebrativo Innocenziano e, con esso, la nuova pubblicazione del discorso pronunciato da Papa Pacelli in occasione della beatificazione, primo di una serie di opuscoli che di anno in anno – almeno questo è il nostro intento – vedrà la pubblicazione, attorno all’anniversario dell’elezione, di alcuni brevi testi su Innocenzo XI .
Questo mio intervento, come si sarà capito, è stato mosso unicamente da un intento commemorativo, senza alcuna pretesa accademica, del resto impossibile, ma animato da devozione e gratitudine, intento condiviso da tutto il Capitolo della Cattedrale alla luce di un solido criterio ermeneutico enunciato da mons. Saverio Xeres quando scriveva, al termine di uno studio critico del pontificato di Innocenzo XI, del suo governo pastorale e dei suoi tentativi di riforma: “Quanto poi ai risultati effettivamente conseguiti, essi riguardano la sfera temporale, non quella ultraterrena; sono oggetto di indagine per la storia, e non incrinano la devozione“.
No, le analisi storiche che non ci competono, non incrinano la devozione che, per la verità, in questi settanta anni dalla beatificazione, non ha certo brillato tra i comaschi: dobbiamo riconoscere di essere stati tiepidi nei riguardi della memoria di Innocenzo. Ciò non mi ha impedito, tuttavia, mosso da una attitudine simpatizzante e quasi confidenziale, di investigare seppure succintamente e in modo incompleto il legame tra questo pontefice “savio e prudente… composto, moderato, e superiore alle passioni… con tutti affabilissimo“ il legame, dicevo, tra lui e la sua città natale, la nostra Como .
In forza di questa confidenza verso l’uomo Odescalchi, divenuto Papa e poi Beato e quindi a buon diritto altamente meritevole di sincera devozione, mi permetto di rivolgergli umilmente questa supplica: Ricordati, beato Innocenzo XI dal Cielo dove siedi, della tua città natale, dei suoi amministratori e dei suoi cittadini. Ricordati della tua diocesi di origine, della quale sei stato figlio e della quale, eletto Sommo Pontefice, sei divenuto padre. Ricordati, proteggi e benedici tutti così come, al termine delle tue lettere, sempre scrivevi con sobrietà tutta comasca: “e con tal fine li diamo la nostra beneditione”.
Mons. Guido Calvi
Cattedrale di Como, 20 settembre 2026